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Olivia, ovvero la lista dei sogni possibili

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Paola Calvetti

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Paola Calvetti ha lavorato alla redazione milanese della "Repubblica". Oggi scrive per il "Corriere della Sera" , il settimanale "Io Donna" e tiene la rubrica delle Lettere sul settimanale TuStyle. Ha pubblicato L’amore segreto (Baldini&Castoldi 1999), L’addio (2000), Né con te né senza di te (2004), Perché tu mi hai sorriso (2006), Cara Sorella (2011) tutti in edizione Bompiani, Noi due come un romanzo (Mondadori 2009) e "Olivia, ovvero la lista dei sogni possibili (Mondadori 2012). I suoi romanzi sono pubblicati in Spagna, Francia, Germania, Stati Uniti, Olanda, Romania, Turchia, Russia.

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Olivia, ovvero la lista dei sogni possibili

I due bambini – avranno avuto sei, sette anni – spuntarono sotto le mie palpebre come macchie colorate. Quando il sogno si interruppe, per riacciuffarlo mi bastò chiudere di nuovo gli occhi e li ritrovai nel punto esatto in cui li avevo lasciati.
La bambina con il cappottino blu stringeva al petto una vecchia Polaroid e si dondolava avanti e indietro, su e giù, come cullata da una dolce ninna nanna.
Del bambino ricordo la sciarpa rossa e l’espressione impaziente di chi non vede l’ora di tornarsene in un posto al sicuro. Teneva una mano infilata nella tasca del giubbotto. Con l’altra, si asciugava una lacrima.
A pochi metri l’una dall’altro, lontani dagli adulti, seguivano il movimento delle due bare calate nella terra mentre in cielo volava un aereo che lasciava dietro di sé una lunga scia bianca.
I loro sguardi si incrociarono.
E allora, in quella frazione infinitesimale di tempo, accadde che le due anime si parlarono.
Forse quel silenzioso dialogo rimarrà da qualche parte dentro di loro, fino a quando il destino, o chiamatelo come volete, deciderà di rivelarsi.
Un po’ come due particelle che, originate in un punto dello spazio-tempo, restano legate da un inizio che le renderà non separabili per l’intero arco della loro esistenza, indipendentemente dalla distanza che le divide.
Ecco, se pensate anche voi che lo stesso legame si possa stabilire tra due persone, converrete con me che quello fu il giorno in cui tutto cominciò.
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by paola calvetti

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Tutto merito della nonna, centosessantacinque centimetri di ironia e dolcezza, che aveva visto suo marito “partire per la guerra, quella vera”: le aveva regalato sei anni e undici mesi di avventure e la sua prima Polaroid. Fu in occasione del suo quinto compleanno, quando le confermò quello che Olivia sospettava da mesi – cioè che Babbo Natale era un’invenzione – e per consolarla le mise tra le mani un pacchetto con il suo primo modello 600. Il biglietto, che conservava nel portafogli, diceva: “la Polaroid è l’attimo che scegli, lo scatto resta un segreto finché non asciuga, immortala i tuoi momenti più belli, più intimi e gioiosi, gli oggetti e le persone che ami e anche quelle che ti incuriosiscono soltanto. nonna”.
Ah, quelle foto!
Scivolavano dalla fessura con un fruscio, bastava agitarle delicatamente e aspettare che i colori prendessero forma -erano come le persone: avevano bisogno di affetto e, se la temperatura esterna era troppo fredda, si rifiutavano di nascere.
Flush. Flush.
La Polaroid era sgusciata fuori dalla fessura. Bianca.
“Scattane un’altra e appoggiala sul cuore, al caldo”… le disse una voce. L’aveva sentita per davvero? Ne scattò un’altra per sentirsi meglio, ma stava dilapidando ricariche, era sempre più difficile trovarne e la scorta dello stock comprato mesi prima da un negoziante che chiudeva per cessata attività stava finendo.
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by paola calvetti

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Nella speranza di risentire quella voce Olivia si concentrò sui suoi piedi scalzi.
Scattò. Flush. Flush.
Si accucciò sotto il plaid. La svegliò il “suo” profumo. Chamade era odore di mamma. Era tornata. Corse in camera, tirò fuori la scatola dal nascondiglio e le mostrò la Polaroid della nuvola, la prima della raccolta. In quell’istante le tornò in mente la voce che supplicava: “appoggiala sul cuore, al caldo”.. Aspettò qualche minuto senza scuoterla. La Polaroid uscì in bianco e nero. Come se anche lei non avesse più voglia di colori. Tanto Olivia si era ormai rassegnata alla gente che sparisce e la convinzione che tutti prima o poi scompaiono le è rimasta addosso come la sindrome di Cenerentola, che ti colpisce quando vai a una festa e non riesci a divertirti perché sai già che, a mezzanotte, carrozza, principi, bei vestiti e tutto il corollario di felicità si dilegueranno lasciandoti a piedi, rispedita a casa dal ballo. Percorrere a ritroso la sua infanzia la riempì di ricordi ma, invece che infondere coraggio, abbassava pericolosamente la sua autostima. Doveva essere la pioggia, ma Olivia iniziò a chiedersi a chi poteva interessare una giovane donna che sognava troppo, archiviava cuori, scattava Polaroid e più di qualsiasi altra cosa avrebbe voluto imparare ad essere felice.
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