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Storia strana dell'uomo che aveva le gambe magre, e forti.
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Mi guardano male. Passeggiano per questa specie di galera che non sa più navigare con l’aria superiore di chi guarda con disgusto, o con quelle facce compatite di falso dispiacere. C’è quel che non si dovrebbe, dicono sempre, c’è quel che si deve, la regola, la morale, il senso di colpa, la responsabilità. E mi guardano, mi guardano senza attenzione, come se non servisse, come se lo sapessero già. Allora io giro, giro questa ruota piantata in mezzo alla galera, giro contromano senza guardarli, senza guardarli mai, non li voglio più vedere, loro e le loro geniali idiozie. Dicono che sbaglio direzione, senso, bersaglio. Io me ne frego, e giro. Ho calcolato che spingendo questa ruota, al netto delle pause fisiologiche, del sonno e della mia rabbia, il solco che riesco a fare è di un paio di centimetri al giorno. C’è tempo, forse, per raccattare tutto. Un ricordo a ogni giro, la chiamata a rapporto di gioie e amarezze, visi luoghi e amori dentro scatole cinesi scombinate e messe in cerchio, fino al luogo che non sta in nessun luogo. Il famoso non luogo, quello vero, immaginato benissimo. Difficile arrivarci, ci vuole coraggio, determinazione, totale assenza delle facce degli altri, c’è da annullare la bellezza di ritorno, da trasformarsi il sorriso in smorfia cercando un'euforia talmente disperata da essere superiore, superiore al resto. Difficile arrivarci, ma si può fare. Io, giro. Mi guardano male, forse smetteranno. Non importa, le mie gambe sono magre e forti. A testa bassa, un altro passo, gli occhi un po’ più chiusi a cercare la fine dei ricordi. La ruota, si muove.