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Due destini
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Ahmed e Tommaso erano cresciuti insieme, a Torino, nel quartiere di Porta Palazzo. Gli scherzi agli ambulanti, le gare in bici fino a Piazza Castello, i primi baci con le ragazze, scambiati in qualche cono d’ombra del quadrilatero. Infanzie e adolescenze felici, intersecatesi negli anni tra risate, giornate roventi sulle rive del Po e tante sofferte interrogazioni. A questo pensava Tommaso, mentre il blindato dell’esercito sobbalzava su una strada sterrata, nei pressi di Kabul. Sovrappensiero, accostava quelle scosse altalenanti al pallone di cuoio sgualcito con cui lui e Ahmed palleggiavano sotto il sole di Giugno. Fuori dalle finestre del blindato, incrostate di polvere come i suoi ricordi, osservava il deserto incresparsi intorno a loro, come un mare di sabbia sconvolto dal vento. Era successo solo pochi anni prima. La crisi economica e le contrapposizioni portate avanti dalle diverse religioni li avevano allontanati. Ricordava bene le prime incomprensioni, i primi momenti di silenzio con l’amico di una vita, le liti per motivi futili e poi la notizia che Ahmed era scappato, tornato in Medio Oriente, perché non credeva più nel mondo che lo aveva cresciuto, perché voleva stare con quelli che chiamava i suoi fratelli. Non gli aveva detto nulla, probabilmente perché sapeva che Tommaso lo avrebbe fatto desistere, e se ne era andato senza lasciargli neppure poche righe. Poco dopo, la continua e frustrante disoccupazione portò Tommaso sulla via delle forze armate, l’unica percorribile nelle sue condizioni. La vita li aveva beffati? Questo si chiedeva mentre il maggiore gli urlava di scendere dal mezzo, mentre i colpi che fischiavano sopra la sua testa riavvicinavano nuovamente i due inconsapevoli amici.