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L'ufficio postale

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by Silvia Navone

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Le giornate della Merla si erano annunciate, come da tradizione, con il primo vero freddo di stagione. Un cielo greve come una coperta di ghisa toglieva a chiunque la voglia di fare spingendo il desiderio verso l'idea di un sole lontano, dovunque fosse. Ad aggravare quell'accadimento meteorologico, già di per sè sufficientemente depressivo, ci si metteva l'ufficio postale, le sue probabili code, il vociare lamentoso dei clienti, la consueta scortesia degli addetti allo sportello. L'operazione da compiere era di quelle semplici ma l'imponderabile in quelle situazioni è sempre in agguato e di dimensioni tali da poter destabilizzare il normale svolgimento di un pomeriggio. Presa da questi pensieri e indubbiamente prevenuta rispetto al suo prossimo futuro, Marilena varcò la soglia dell'ufficio postale della sua città. In realtà varcare non sarebbe del tutto esatto fu introdotta attraverso due porte scorrevoli di cristallo tipo trasmigratore di materia di Star Trek e la prima sensazione, una volta nel grande padiglione, fu quella di un avvolgente e piacevole calore.
Quella sensazione mitigò in parte l'espressione infastidita della giovane donna, ma il trovarsi di colpo in mezzo a tutto quello che aveva immaginato la ricaccio verso la primitiva cupezza.
Ci sono alcune operazioni essenziali e prioritarie quando si entra alle poste. La prima è quella di gettarsi come un velociraptor verso il distributore di ticket, cercando di precedere chiunque ci stia vicino. La seconda consiste nel fare un rapido giro di orizzonte con l'intento di evitare questuanti, conoscenti, rompiballe, e contestualmente mettere in atto manovre diversive, tipo consultare con aria assorta giornali o riviste, compilare moduli, anche inutili, o, al limite, fingere distrazione e indifferenza.
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by Gan_HOPE326

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Un cinguettio elettronico annunciò che era venuto il turno del prossimo cliente. Il display a cristalli liquidi lampeggiò e si illuminò, a caratteri rossi e spigolosi, del numero ventisette. Marilena abbassò gli occhi sul proprio biglietto per leggervi, sconsolata, un quarantadue. Con un sospirò, si sedette sull'ultimo posto rimasto miracolosamente vuoto in sala d'attesa; si sfilò il cappotto che fino a pochi minuti prima l'aveva protetta e ora la stava soffocando di caldo; si mise alle orecchie le cuffiette del lettore mp3; attaccò un po' di musica strumentale, una collezione di pezzi classici e colonne sonore, a tutto volume; e si preparò a una lunga attesa.I minuti scivolarono uno dopo l'altro, e così i numeri al tabellone luminoso. Mentre la scena dei clienti che si avvicendavano, chiacchieravano, bisticciavano con gli impiegati si svolgeva davanti a lei, muta ma accompagnata da un costante sottofondo musicale come un film di Charlot, Marilena si abbandonò al sottile piacere della pelle che crepitava delicatamente sotto il maglione mentre recuperava il calore perso nell'aria fredda di gennaio. Finalmente, il cicalino suonò ancora, e l'impiegata allo sportello chiamò: quarantadue. Marilena si alzò e la raggiunse, porgendo l'avviso che aveva trovato sotto la porta il giorno prima. "Devo ritirare un pacco." disse "Il nome è Marilena Legati."L'impiegata annuì, ritirò il biglietto giallo e si alzò per scomparire dietro una porta alle sue spalle. Quando tornò, ciò che le porgeva lasciò Marilena stupita. Un involto dalle dimensioni di un grosso libro, di carta bruna, dall'aspetto antico; sigillato con un marchio rosso di ceralacca.
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by Ettore Giribaldi

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Perfino l'espressione dell'impiegata della posta dimostrava un velo di disagio. La carta che avvolgeva il pacco era gialla e spessa. Trasmetteva la sensazione di ruvidezza anche solo guardandola. Era chiusa con buon spago grosso delle dimensioni del refil di una biro; ma soprattutto l'indirizzo era vergato a mano in bella grafia in un carattere svolazzante ma perfettamente leggibile. "E' pazzesco -sbottò l'impiegata- un pacco così non avrebbero dovuto accettarlo senza l'etichetta adesiva. Chissà da dove viene?", e l'occhio le cadde sul timbro postale: un bel bollo grosso, tondo e nero, non quelli rossi piccoli delle timbratrici automatiche. La donna sbarrò gli occhi: il fatto era che il pacco "veniva" proprio dal "suo" ufficio postale. "Torino Poste Centrali", c'era scritto, (e fin qua tutto bene) Al centro ce'era la data: 18 luglio 1870. Non sapendo che pensare l'impiegata depositò il libro nel cassetto di consegna e lo spinse verso Marilena. Non lo penso, ma se avesse formulato un pensiero sarebbe stato: "è meglio togliersi di torno presto i problemi che possono risultare troppo difficili da gestire". "Ecco qua" -disse quindi- "Buon giorno". E schiacciò il pulsante per chiamare il numero quarantatre.
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