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L'errore di Arky

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by Harold Whittles

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Arky, come lo chiamavano i suoi amici, quella mattina si era svegliato nella sua stanza con una canzone di Sheryl Crow. Il sole filtrava dalla finestra e dava forma, sulla parete in legno, alla maglietta azzurra agganciata alla finestra.
Sedevano sulla poltrona i suoi pantaloni in cotone. Il taccuino, dove teneva tutti i suoi appunti, lanciato sulla scrivania. Era il suo modo di avere ordine. Tra riviste e libri sparsi qua e là. Non avresti immaginato stanza diversa per uno come lui.
Voleva restare a letto quella mattina, era dell'idea che i momenti migliori di un uomo siano quelli trascorsi a letto, la mattina, dopo essersi svegliati.
Ripensava, pensava, rifletteva. Sorrideva. E nel frattempo, fuori si sentivano i suoi cani rincorrersi tra le foglie come dei matti, quasi seguissero nella corsa i suoi pensieri volati fuori in giardino. Anche quelle, che potevano essere chiamate rotture, diventavano minime, se paragonate a quanto avesse mai potuto realizzare in vita sua, se lo diceva sempre. A lui questo poteva bastare, per altri poteva essere però irraggiungibile. Senza dubbio.
Decise di continuare a stare a letto. Era domenica. La partita era nel pomeriggio.
Era la decisione più giusta. E sicuramente, nonostante si reputasse in gamba, ultimamente qualche dubbio se l'era posto anche lui e aveva pensato di affrontare la questione con più calma. A tal punto da appuntarselo nel taccuino, qualche settimana prima. La canzone parlava di errori. Forse era il caso di parlarne.
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