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Levine e il signore
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In una livida alba il sole non aveva ancora passato l'orlo del mondo e il signore arrivò. Camminava in salita su un sentiero di sassi e di argilla. La pioggia gli sbatteva sulla testa, e gocciolando gli rigava il volto e la giacca, scendeva lungo le maniche per arrivare alle mani e si infilava dentro le tasche ormai zuppe d'acqua. Continuò la sua passeggiata fino ad una panchina dove sedeva un vecchio. Lì non pioveva e si accomodò dalla parte opposta alla sua, incrociò braccia e gambe, buttò il capo all'indietro. Il vecchio lo fissò per un momento, posando lo sguardo prima sul volto dell'altro, poi sul torso e si fermò sulle scarpe. "Non ricordavo che le portassi." Il signore sollevò un poco la testa e non rispose. Il vecchio prese dalla tasca del cappotto una vecchia pipa di radica su cui erano incisi degli animali. In alcuni punti, in particolare sul cannello e sul fornello, le incisioni erano cancellate dall'usura. L'accese e inspirò. "Li mette più a proprio agio. Sembra più reale. Fa ridere, non trovi?" disse l'uomo più giovane. "Non molto a dire il vero". Il vecchio si prese un momento."Ci manchi. Manchi a tutti, più di quanto tu pensi. Perché hai smesso, me lo vuoi dire stavolta? È per via di quel bambino?" Al signore si spense il sorriso che prima gli aveva scoperto i denti bianchissimi. Guardò l'argilla oltre i suoi piedi colare in ruscelli rosso cupo che si raccoglievano poco più a valle in una pozza profonda qualche dito. "Sono stanco." "Ho un compito importante e tu sei l'unico che può farlo. È un uomo ed è protetto. Da una persona che tu conosci bene." "Levine?" Il vecchio annuì espirando il fumo. "Ce l'ha ancora con te per quella ragazza..." "Harmony. Ho fatto la cosa giusta." "Allora fa' la cosa giusta anche questa volta."