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La vita non aspetta!

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by GIUSEPPE ZANZARELLI

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Una distesa d’acqua marina avvolgeva quel tratto di natura. Ogni giorno un vento soffice e deciso si alzava, prendeva il volo come una farfalla all’alba. Una luce timida cresceva tra i rami degli alberi, come un bambino alla sua prima uscita, come un uccellino abbandonato dalla madre. L’aria era pesante quel giorno, aveva piovuto in un modo orrendo, quella pioggia d’agosto che lascia spazio all’afa. Il cielo cominciava a schiarirsi, a colorare la spiaggia, il mare cominciava a risplendere dei suoi colori, un azzurro verdastro, come certi occhi che catturano l’anima di giovani anime a primavera. Le famiglie percorrevano la passerella per andare in spiaggia, con gli ombrelloni sotto braccio e libri ormai corrosi dalla brezza marina. Ragazzini con palloni organizzavano partite inimmaginabili. Una dolce pioggia fresca aveva ricominciato a venir giù in un cielo azzurro e su una terra ormai troppo umida, faceva centro in quell’arcobaleno che aveva colorato gli occhi degli anziani.
Jack era arrivato quel giorno a Rimini. Aveva preso un aereo per Bologna, un diretto Parigi-Bologna, poi un taxi per Rimini. I suoi occhi erano colorati di polvere e sangue, di macerie e urla. La sua anima era scossa, la sua Rimini non era la località dove era cresciuto, dove aveva dato il suo primo bacio. Quel giorno la sua Rimini così colorata, così viva strideva con il dolore che lo aveva accolto in Emilia. Era arrivato in stazione, a Bologna, aveva fatto un biglietto per Rimini, il suo treno partiva alle 10.42. Aveva 30 minuti di attesa.
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by Oriana Tabucchi

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Ma si sa il tempo si dilata all'interno delle stazioni, la moltitudine di sguardi che si incontrano, di incontri che si sfiorano è superiore a qualsiasi altro posto. Ogni persona ha una storia da raccontare, una destinazione da raggiungere, immediatamente ti ritrovi ad inventare delle storie di vita per quei passanti.
L'uomo che passa frettoloso con una valigetta ha uno sguardo triste, forse non è contento del suo lavoro, vorrebbe prendere un treno che lo porti lontano dallo stile di vita frenetico, dalle persone superficiali con cui è costretto a lavorare. Poi c'è la studentessa con lo zaino che corre verso l'intercity e cerca di raggiungere il più in fretta possibile casa, magari dopo un'esame andato male e la voglia di scoppiare in lacrime.
"Ti Sbagli!" sussurra d'improvviso una ragazza che gli era seduta vicino interrompendo quel flusso di pensieri. Jack la guarda attonito, come era possibile che non si fosse accorto di quella presenza, di quella giovane donna che seduta al suo fianco lo fissava. "Scusa non volevo interromperti e solo che lo faccio anche io mi sempre a fissare le persone a proiettare su di loro le mie fantasie, creando storie davvero bizzarre. Sono convinta che i personaggi che abbiamo creato sono molto diversi, ad esempio per me quella ragazza con lo zaino è in realtà una professoressa, forse un piccolo genio, si è laureata a 18 anni e quindi a 23 già insegna. Sono convinta che tu hai una versione diversa per questo per me ti sbagli!"
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3

by GIUSEPPE ZANZARELLI

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L’attesa lo snervava, non sapeva mai che fare, chiamare un amico, comprare un giornale, un fumetto, prendere un snack. Semplicemente decise di fumare una sigaretta sotto il sole, immaginava già l’acqua di Rimini che tra poche ore gli avrebbe dato ristoro e una certa tranquillità, come quando era bambino. Mentre aveva gettato la sua sigaretta per terra con un gesto tranquillo e preciso, sentì un botto, un’esplosione che lo colse alle spalle, polvere, gente scappare nella frenesia generale, un fumo inverosimile, l’aria pesante. Non capì.
“E’ scoppiato il treno, è scoppiato il treno …!”. “Un ‘incendio nell’impianto della stazione …”. Non capì. Il cuore gli urlava dentro il petto. Detriti per terra, donne per terra, bambini per terra, controllori per terra, fogli sparsi a destra e a manca. Si avvicinò ad un bambino, gli controllo il polso, il suo cuore non batteva più. Scappò verso una donna che tossiva, era tutta nera, un trucco spiacevole avvolgeva le sua guance e i suoi occhi, la prese in braccio, la portò fuori dalla sala d’attesa ormai messa a ferro e fuoco. “Signora sono un medico …”. Le diede una bottiglietta d’acqua e la lasciò alle cure dei sanitari accorsi sul posto.
Il cellulare gli squillò. “Jack, Jack dove sei? Stai bene? Una bomba, una bomba alla stazione di Bologna”. “Susan sto bene, do una mano qui ora …”.
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by Fausto Sacripanti

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Quasi le riattaccò il telefono in faccia. Si sentì un po' in colpa, però c'era gente in quel momento che aveva bisogno del suo aiuto. Mentre cercava di riordinare le idee e buttar giù un piano d'azione, gli risuonavano in mente le parole della sua ragazza. Una bomba, una bomba! Mio Dio, sono salvo per un pelo. Le urla di un bambino lì vicino interruppero il flusso di pensieri. Al diavolo il piano d'azione, e si precipitò subito dalla creatura che gemeva seduto a terra, trattenendosi con forza la caviglia sinistra. "Ciao piccolo, mi chiamo Jack sono un medico. Ce la fai a camminare?" Il bambino scosse la testa, ma calmò il suo pianto, confortato da una persona adulta che si stava prendendo cura di lui. Dopo un istante li raggiunse anche una donna, sulla quarantina, doveva essere la madre. "Tesoro, tesoro dov'eri finito? Cos'è successo? Stai bene? Ti sei fatto male?" L'ansia la stava consumando, così presi la parola "Signora sono un medico, suo figlio probabilmente ha subito una lieve distorsione alla caviglia. Allontaniamoci di qui" Jack prese in braccio il bambino e si diresse verso l'uscita della stazione. La folla in uscita si scontrava con l'ingresso della polizia nella stazione. Le sirene delle ambulanze si mischiavano alle urla della gente. Consegnò il bambino alle cure di un volontario della croce verde fuori dalla stazione e si mise a disposizione. Buttando lo sguardo nella folla intravide un tizio, dai tratti orientali. Era agitato, continuava a guardarsi in torno, ma non sembrava impaurito e questo destò curiosità e accese una lampadina nella testa di Jack. Lo seguo o non la seguo?
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by GIUSEPPE ZANZARELLI

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Era il 2 agosto. Era il 1980. L’ideologia aveva colpito ancora o almeno questo era il sospetto. Era una strage, Jack si sentiva un miracolato, se non avesse acceso quella sigaretta lì fuori anziché nella sala d’attesa sarebbe morto. Doveva ringraziare quel sole, lo aveva salvato. Gli era sempre piaciuto fumare sotto il sole, gli ricordava le sigarette a Rimini sul pedalò. Ogni suo gesto era un rivivere il passato ed ora quella sua nostalgia lo aveva salvato. Aveva prestato aiuto finchè non aveva visto a terra, senza vita, Erich. Avevano fatto l’università insieme, avevano condiviso tutto, si consideravano fratelli più che amici. Quelle amicizie rare, quelle persone semplici e umili che incontri per caso prendendo un caffè e poi ti accompagnano durante il viaggio chiamato vita. Una delle poche persone che aveva avuto il piacere e l’onore di incontrare. Ora era lì Erich, per terra, inerme. La valigetta a fianco. Si erano sentiti pochi giorni prima, si sarebbero dovuti incontrare per una cena. Ora Jack era incredulo. Si mise a piangere. Un poliziotto gli si avvicinò chiedendogli di allontanarsi dal posto. “E’ mio fratello, è mio fratello! “ urlò Jack. “Mi dispiace dottore, ma ho l’ordine di far evacuare la zona”. Jack si alzò da terra e con gli occhi rossi rispose “Io ho il bisogno morale di stare qui!”. Il poliziotto si allontanò e pensò al 3 luglio di qualche anno prima, quando un folle aveva sparato tra la folla e tra quella folla c’era sua moglie. Negli occhi rossi di Jack rivide quel momento. Nel dolore di Jack rivide le sue lacrime, la sua misera esistenza. Pianse. Come un uomo.
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by Maria Maio

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La natura umana è misteriosa. Quale profondo ed inspiegabile enigma stringe inesorabilmente nello stesso abbraccio morte e vita? Destinati fin dal primo vagito all'amara consapevolezza che snoccioleremo i nostri giorni come i grani di un rosario, masticando gli anni fino ad inghiottirli, condendoli sapientemente con preghiere e speranze, desideri esauditi, attese tradite, consapevolezze raggiunte ed affetti insostituibili.
Le lacrime continuavano ad inondare i visi dei due uomini. La morsa vorace del dolore non lasciava scampo: non esiste sfogo, respiro di prato o corsa, solo desolazione e sconforto. All'improvviso però qualcosa mosse i passi del poliziotto verso Jack. Gli si avvicinò, appoggiandogli la mano sulle spalle scosse dai singulti: "Dottore, la prego, venga con me. Ha bisogno di allontanarsi da qui. Suo fratello non resterà solo, i soccorritori si occuperanno di lui...stia tranquillo...". Jack sollevò lo sguardo, in quegli occhi rivide un'angoscia che gli era familiare: quante volte nel corso della sua carriera aveva osservato il tormento sui visi dei parenti di un paziente che non era riuscito ad aiutare. Abbandonò ogni resistenza, si sollevò da terra, il poliziotto lo aiutò tendendogli il braccio, gli mancavano le forze. "Era un mio carissimo amico" disse d'un fiato, il poliziotto annuì comprensivo. Insieme si avviarono verso l'uscita, in un abbraccio che divenne un ponte tra due abissi di solitudine, un urlo vitale contro l'infinito e atroce scempio dell'esistente: il silenzio infinito a cui la morte ci costringe.
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