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IL SOLE NEL VASO

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by Maria Maio

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Il mio nome è Vincent ed i medici dicono che sono malato. Ho lasciato il mio paese e la mia città natale per la Francia. Mi sono trasferito a Parigi, forse andrò in Provenza: il clima mite, dicono, mi aiuterà a rimettermi in forze.
Avevo un lavoro in una galleria d’arte, ma non mi piaceva più.
Un pensiero invadente ed incessante mi tormenta da sempre: non servo...non sono utile a nessuno. Una sola cosa al momento mi lega alla vita: ho sempre disegnato, fin da piccolo. Riprenderò la matita ed i pennelli. Forse troverò il mio posto in questo mondo distratto, forse riuscirò a catturarlo il mondo e qualsiasi persona dotata di occhi, lo vedrà come lo vedo io.
Parigi è un quadro: è un cafè notturno in una via desolata e buia. E’ un quartiere in penombra, di gente che passa o si attarda sotto un cielo bucato di stelle. Chissà quale vita li attende, dietro quell’angolo scuro? Io ne traccio i contorni, indefiniti nei tratti, ne fisso le movenze rendendoli eterni.
La strada è un mare, un tappeto di onde in cui potermi tuffare, incatenate e vorticose come le ansie che mi assalgano rendendomi inquieto.
Il bar è uno squarcio sulla tela blu della notte, è un incubo di rossi e di gialli.
Lavoro e non penso, senza fiato le pennellate vengono giù una dopo l'altra: il verde si lega al giallo, il rosso si stringe al blu come le parole in un discorso o in una lettera.
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2

by grilletto salterino

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Non è tutto facile come sembra. Venire qui mi è costato la moglie, ché ce l'avevo prima di sentirmi un inutile pezzo di niente. Lei non è riuscita a capire. Avevo un lavoro, avevo lei, di cosa potevo aver ancora bisogno?
Ma voi provate a dire a un uccello, di lavorare in una voliera immensa come il cielo e di non volare. Si sentirebbe inutile secondo voi?
Quel lavoro l'avevo ottenuto perché ero competente, ma a lungo andare, guardare i voli degli altri, diventa peggio che essere in prigione, o essere assetati di fronte a una fonte cristallina e non poter bere, un inferno!
A casa non potevo dipingere, mia moglie è allergica alla resina dei pini, e la prima volta che ho aperto una bottiglia di trementina a momenti ci restava secca. Ho dovuto rinunciare, amo dipingere solo olii su tela, non sono mai riuscito con l'acquarello per esempio, a ognuno la sua tecnica, e pian piano ho sentito le mie mani diventare atrofiche, poi le braccia, poi la mente. Il medico mi ha ordinato di cambiare aria.
Ho passato i primi mesi a Parigi, poi un giorno, ho visto una cartolina di Menton, la Festa del Limone, era talmente bella, talmente gialla. Mi è tornato in mente il bellissimo albero che la nonna teneva sul terrazzo in un enorme vaso di terracotta. Amavo quel limone, restavo ore a guardarlo, tra quei rami di un grigio leggero e le foglie grandi e sempreverdi, ogni tanto, come un addobbo su un albero di natale spuntava un sole, bellissimo e succoso ...
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by Barbara Villa Mastropierro

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Il giallo sole. Il giallo che da luce e vita.
Sole e calore. Calore che riscalda questo mio corpo che vuole tornare presto a vivere una vita piena.
Una vita bella. Voglio dipingere. Disegnare e colorare.
Voglio sporcarmi di colore. Voglio vivere.
I miei quadri non conoscono la mia salute. Qui nessuno sa che sono malato.
Se chiedi di me ti risponderanno. Chi? Il pittore. Quell'uomo alto e magro che vive in mezzo ai girasoli? Che ha sempre un sorriso per tutti?
Certo che lo conosciamo. I nostri figli vanno spesso da lui per imparare a disegnare, a sentire i racconti che questo uomo buono e gentile racconta loro.
E quando tornano sono sempre sporchi di colore ma felici e sorridenti. Hanno tanto da raccontare. Di quadri e pittori. Di viaggi e amori lontani.
Non smettono un attimo di parlare.
Mangiano ma si cibano di passioni e colori. Di vita.
Raccontano del giallo che cade in un rosso fuoco. E del verde che incontra una distesa di margherite bianche.
E se li guardi bene negli occhi potrai vederci il sole. E un albero di limone.
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4

by Maria Maio

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Ieri notte ho avuto un incubo: era mezzogiorno, le campane della chiesa intonavano l’Angelus ed io ero in mezzo ad un campo di grano, giallo e vivo come il sole d’estate. Avevo tela e colori e gli occhi inondati di luce. Non avevo pennelli, dipingevo con le dita. Le mie mani correvano veloci sulla tela: giallo l’indice, ocra il pollice, rosso sul mignolo, cobalto sull’anulare, il verde del sentiero sul palmo delle mani, tocchi nascosti di arancione tra il colore bronzo e rossastro del grano. Sul bianco della tela la mia creazione prendeva forma e colore, davo vita e movimento ad uno spazio vuoto e mi sentivo felice. Ma d’improvviso mentre ancora il sole splendeva chiaro e luminoso nel cielo e la natura intorno a me era un tripudio di luce e colori, come scomposto da un vento impetuoso, le pennellate sulla tela mutarono forma e disposizione, producendo effetti multiformi. La terra all’improvviso parve diventare viva, si sollevava ed abbassava in onde, tutto si torceva e si tormentava, il cielo palpitava, i colori si spegnevano facendosi scuri e sull’onda del campo di grano ormai in burrasca comparvero corvi neri come presagi di morte nel cielo stravolto. Mi svegliai terrorizzato, era solo l’alba. Sospirai: ”Potessi catturare i colori dell'animo umano, fissare in una pennellata il tormento, il dolore e la gioia che dà l'essere vivi, raccogliere l'incanto della natura e tentare di custodirlo come girasoli in un vaso”.
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