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Il paese dei retrogradi

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by Marco Giampaolo

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C'era una volta una grande città. C'era, posso assicurarvelo, ma non so dirvi il suo nome. A dire il vero, non ricordo nemmeno se fosse una città o piuttosto una regione. In ogni caso, non so dove si trovasse. Non sono nemmeno certo che non esista più. Si dice che quel paese fosse abitato da uomini e donne, vecchi e bambini, che facevano tutto per il verso sbagliato. Nel mio ricordo questi abitanti venivano chiamati retrogradi: infatti per strada guardavano sempre nella direzione opposta a quella in cui stavano camminando. Non esistevano i mezzi pubblici, tutti andavano a piedi. Erano molto malinconici, perché quando si allontanavano da un posto erano costretti a vederlo scomparire un po' alla volta. E anche quando non lo vedevano più, erano ancora più rattristati, perché sapevano che era ancora lì, e che loro c'erano stati. Erano per questo molto conservatori, perché il distacco dalle abitudini causava loro quello stesso senso di nostalgia. Vivevano nel continuo timore del futuro, perché non vedendo dove mettevano i piedi, potevano finire improvvisamente in una buca, in un fiume, giù per un dirupo.
Se uno di loro tentava di fare diversamente, ad esempio provava a guardarsi le spalle, il Cancro, il loro dio, li avrebbe puniti con la dannazione eterna, che consisteva nel vedere e nel non poter evitare una serie infinita di sofferenze e torture poste lungo il proprio percorso.
Tutto questo, fino alla nascita di Orfeo. Con lui, le cose cambiarono.
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by Fausto Sacripanti

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Orfeo era un ragazzo sui generis. Non rispecchiava infatti il prototipo di abitante retrogrado, anzi si divertiva un sacco a guardare la gente che si comportava in maniera strana rispetto a lui, e questo un po' lo inorgogliva anche. I suoi genitori lo ammonivano in continuazione, riprendendolo in qualsiasi occasione si trovasse: "Orfeo, mangia la pasta col coltello!", "Orfeo, devi camminare guardandoti indietro!", "Orfeo, di notte non si dorme!", e via dicendo. Orfeo qua, Orfeo là, a lui questa cosa proprio non andava giù. A dirla tutta, aveva provato spesso a seguire i moniti dei genitori, ma più si sforzava, più non riusciva a comportarsi come la massa. Era più forte di lui. L'apice si ebbe quando Orfeo iniziò la scuola. Tra le varie materie, piuttosto noiose in generale, ve n'era una che invece lo catturava, lo faceva vibrare di emozioni: musica. Andava pazzo per la musica; trovava molto curioso e al tempo stesso divertente poter modulare l'aria che usciva dalla propria bocca, creando molteplici e differenti suoni, dal quale prendevano corpo fantastiche melodie. Aveva scoperto di avere talento, cosa non proprio condivisa dagli insegnanti, dai compagni di classe e anche dai suoi genitori. Ritenevano tutti che le sue melodie fossero un caotico insieme di note buttate là a caso, senza un particolare senso o significato. Non è difficile immaginare che anche Orfeo pensava questo di loro. Era quasi costretto a tapparsi le orecchie durante le ore di musica, per questo spesse volte si faceva cacciare apposta dall'aula per non sentirli. Andava in giardino e cantava da solo.
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3

by Marco Giampaolo

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C'era una ragione se il Cancro ora era così irato con i coraggiosi. La leggenda racconta che un tempo nel mondo c'erano molti dèi. Un giorno un grande eroe fu messo alla prova da una dea: mentre combatteva con un terribile mostro con molte teste, il cancro, che si trovava da quelle parti, tentò di ostacolarlo nella sua lotta, attaccandolo al piede con le sue chele; ma il condottiero, strenuo e valoroso, lo schiacciò con il calcagno e lo ridusse in poltiglia. Per questo la dea lo accolse nei cieli, e da allora il Cancro ha la lettera maiuscola. Per una questione storica di cui si è persa la memoria il Cancro diventò il dio dei retrogradi, forse perché in qualche modo era come loro: camminava per il verso sbagliato ed era profondamente conservatore (se non lo fosse stato, avrebbe aiutato e non ostacolato il grande eroe nella sua lotta per l'affermazione della sua libertà).
Ma ad Orfeo la storia non piaceva. O meglio, non gli piaceva il modo in cui veniva insegnata: la ragione era sempre data al Granchio, e nessun professore (e alunno, di conseguenza) avrebbe mai pensato di spostare l'attenzione sull'importanza del coraggio per la lotta alla libertà. Ma era comprensibile. La libertà era un tabù per i retrogradi, a meno che non la si intendesse come privilegio: se uno aveva la possibilità di fare certe cose esclusive - con il benestare del Granchio, si capisce -, era libero di continuare a farle.
Orfeo, invece, era libero a modo suo: quando voleva suonare o cantare le sue melodie se ne andava in giardino, oppure, se voleva farsi beffa degli altri paesani, si comportava come loro. La libertà di scelta è libertà, e la conoscenza delle opzioni la sua premessa.
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by Fausto Sacripanti

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Vedendo, dunque, che Orfeo aveva questo concetto di libertà che rischiava di minare i suoi scopi sui retrogradi, decise che era giunto il momento di intervenire personalmente. Purtroppo, anche in ambito di amore e affetti, questo bizzarro popolo si distingueva dagli altri. Essere amico di qualcuno si riduceva a scrivere su un pezzo di carta "Io, sottoscritto tal dei tali prometto di essere amico di tizio" Idem per l'altra parte. Un modo piuttosto asettico di intendere un'amicizia. Un vincolo, quello cartaceo, che imponeva il reciproco aiuto nelle situazioni di difficoltà e di esigenza di una delle due parti. Per non parlare dell'amore! Orfeo era un sognatore, che amava corteggiare le ragazze e cantare serenate all'ombra di una quercia. Nel villaggio dei retrogradi, invece, tutto era scandito dal tempo: c'era un tempo per il primo incontro, un tempo per il primo bacio, un tempo per il matrimonio, un tempo per avere il primo figlio, e così via. Così il Cancro poteva tenere tutto sotto controllo. Orfeo, invece, conquistò alla sua maniera una ragazza, dal nome Euridisse. Era una ragazza dolce, affascinata da Orfeo del quale ammirava talento e voglia di emergere dalla massa. Lo trovava intrigante. Purtroppo però era già impegnata con un altro retrogrado e questo complicava le cose per la fanciulla, che voleva a tutti i costi interrompere la relazione iniziata. L'indomani era il giorno del matrimonio. Sapeva benissimo a cosa sarebbe andata incontro se avesse saltato l'appuntamento, ma non poteva vivere così. Aveva conosciuto Orfeo e solo con lui voleva stare. Il giorno seguente non si presentò.
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5

by Marco Giampaolo

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La notte offrì ad Euridisse l'occasione per la fuga. Sapeva che il Cancro l'avrebbe punita per quell'affronto, ma in fondo che cos'è l'amore se non un azzardo continuo? La vita da retrograda sarebbe stata una punizione ancora più grande per lei. Nessun maggior dolore che ricordarsi, poi, di aver potuto tentare una svolta e di non averlo fatto. L'occasione si presenta, ci mette bende sugli occhi, è difficile vederla. Corse come una forsennata verso il bosco. La fitta vegetazione, almeno per un po', l'avrebbe protetta dallo sguardo indefesso del Cancro. Corse, trascinata dall'amore, in cerca di Orfeo. Sì, Orfeo l'avrebbe trovata. Spossata, si fermò sotto una quercia. E lì si addormentò.
La natura è ricca e tremenda. Dove c'è ricchezza, però, il male nidifica. Un serpente, piccolo, indispettito da quella presenza insolita, si avvolse sulla caviglia nuda e la morse. Ed Euridisse morì, mentre sognava di aspettare Orfeo. Se è vero che un destino è impresso nel nome fin dalla nascita allora non poteva essere questa la sua tragica fine: i genitori, infatti, avrebbero voluto chiamarla Euridice, che molti anni prima era stata punita per non aver ceduto al suo triste destino, sperando che la piccola diventasse una brava retrograda obbediente; all’anagrafe, però, quel nome non le fu concesso, perché recava in sé un senso di grande giustizia – e il Cancro non desiderava altra giustizia che la sua, immensa ed indiscussa.
Ed Euridisse morì. Non si rese conto di nulla, e dopo la morte il sogno proseguì.
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6

by Maria Maio

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Quando Orfeo venne a conoscenza della morte di Euridisse, pianse e si tormentò a lungo, intonò canti di disperazione al cielo sordo ed indifferente, sperando che le stelle, la luna ed il sole si muovessero a compassione e gli restituissero la donna amata. Il miracolo non avvenne ed Orfeo perse le speranze: per la prima volta si sentì sconfitto, prigioniero di un mondo e di un dio che aveva inebetito gli uomini rendendoli schiavi, privi dell'unica cosa che regala giustizia e respiro alla natura umana così effimera e precaria: la libertà! Abbandonò la musica, si chiuse in casa e decise che avrebbe trascorso il resto dei suoi giorni in attesa della dipartita finale sopravvivendo a se stesso e a quel mondo assurdo ed ingiusto. Una notte però Euridisse gli apparve in sogno:aveva il volto mesto ed amareggiato: "Mio adorato Orfeo, allora il Cancro ha ragione nel dire che ha vinto e che è riuscito ad addomesticare il rivoluzionario Orfeo? Sono dunque morta inutilmente? Il mio atto di ribellione si è scontrato con la tua resa?". Così breve fu l'apparizione che il giovane non riuscì a ribattere, ma le parole della dolce Euridisse lo riscossero, una scintilla si accese nuovamente nel suo animo e la mattina seguente di buon'ora Orfeo si mise in viaggio: armato di musica e parole avrebbe svegliato gli uomini da quel sonno di ingistuzie e sottomissione durato troppo a lungo, liberando il pensiero, restituendo dignità e valore alla vita umana. Sono passati decenni da allora ma Orfeo vaga ancora per il mondo, parla al cuore degli uomini giusti e muove il passo e le menti di chi lotta per quello in cui crede. Euridisse dall'alto guida i suoi passi sorridendo.
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