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C'era una volta una grande città. C'era, posso assicurarvelo, ma non so dirvi il suo nome. A dire il vero, non ricordo nemmeno se fosse una città o piuttosto una regione. In ogni caso, non so dove si trovasse. Non sono nemmeno certo che non esista più. Si dice che quel paese fosse abitato da uomini e donne, vecchi e bambini, che facevano tutto per il verso sbagliato. Nel mio ricordo questi abitanti venivano chiamati retrogradi: infatti per strada guardavano sempre nella direzione opposta a quella in cui stavano camminando. Non esistevano i mezzi pubblici, tutti andavano a piedi. Erano molto malinconici, perché quando si allontanavano da un posto erano costretti a vederlo scomparire un po' alla volta. E anche quando non lo vedevano più, erano ancora più rattristati, perché sapevano che era ancora lì, e che loro c'erano stati. Erano per questo molto conservatori, perché il distacco dalle abitudini causava loro quello stesso senso di nostalgia. Vivevano nel continuo timore del futuro, perché non vedendo dove mettevano i piedi, potevano finire improvvisamente in una buca, in un fiume, giù per un dirupo.
Se uno di loro tentava di fare diversamente, ad esempio provava a guardarsi le spalle, il Cancro, il loro dio, li avrebbe puniti con la dannazione eterna, che consisteva nel vedere e nel non poter evitare una serie infinita di sofferenze e torture poste lungo il proprio percorso.
Tutto questo, fino alla nascita di Orfeo. Con lui, le cose cambiarono.
Se uno di loro tentava di fare diversamente, ad esempio provava a guardarsi le spalle, il Cancro, il loro dio, li avrebbe puniti con la dannazione eterna, che consisteva nel vedere e nel non poter evitare una serie infinita di sofferenze e torture poste lungo il proprio percorso.
Tutto questo, fino alla nascita di Orfeo. Con lui, le cose cambiarono.
