Che si fosse in qualche modo affezionato alla sua lunga e folta barba era evidente. Joseph non si radeva il viso da molto tempo e non era facile indovinarne il motivo. Lo si sarebbe scambiato per un filosofo dell’antica Grecia o per uno di quegli intellettualoidi marxisti. Alto, di corporatura robusta, aveva praticato ogni tipo di sport, destreggiandosi abilmente tra la pallavolo e il basket, ma senza poi seguire né l’una né l’altro. Gli studi universitari e poi qualche lavoretto malpagato non gli avevano permesso di continuare ad esercitare le sue forti membra in tenzoni agonistiche che sembravano sempre più fuori dalla sua orbita di interesse. La filosofia, l’arte, la musica avevano a poco a poco sostituito l’incanto per la pratica sportiva, degna di essere declassata agli occhi di Joseph al rango di inutile e faticosa perdita di tempo. Pareva un vecchio, commentava più di qualcuno, soffermandosi su quell’ispido pelo che incorniciava il volto cereo, quasi smorto. Altri lo additavano come un profeta, un santone, addirittura un apostolo. Si lasciavano inevitabilmente ingannare nel loro giudizio dalle fattezze esteriori, ma non si può negare che qualcosa del suo carattere richiamasse la solitudine imponente dell’eremita. Qualcuno che lo conosceva si chiedeva addirittura se non fosse d’improvviso ammattito. Una piccola comunità sconvolta dall’arrivo del messia, temeva qualche vecchietta indispettita dal timore reverenziale che egli suscitava. Ma si sa che la malvagità alligna nella mente umana, alimentata dal sospetto, dalla diffidenza.
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2
by Giovanna Campopiano
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Quel suo vagare solitario non faceva altro che accentuare l'immagine stereotipata che il mondo esterno aveva di lui. Talvolta si soffermava in un punto, bloccando il suo instancabile andirivieni, mentre il suo pensiero proseguiva il suo tortuoso cammino. E carezzava la barba, in modo quasi istintivo, come fosse il modo per Joseph di restare ancorato alla realtà. Subito riprendeva il suo paritetico moto. Si ritrovava spesso di fronte al campo di basket, quello all'aperto, nel parco dove era solito allenarsi anni prima. Gli scatti e i palleggi con l'immancabile sfera arancione ora riaffioravano tra i ricordi di tempi lontani, ormai sommersi nel passato di Joseph. Calpestava il terreno consunto e le strisce quasi invisibili che un tempo delimitavano nettamente l'area di gioco. Ma quest'idilliaca immagine ben presto svaniva e lasciava posto alle sue nuove arti. Pensare, disegnare, dipingere, scrivere, comporre: ogni singolo neurone impegnato nelle attività che ora costituivano il suo stile di vita. E che vita! Un intrico di pensieri che fremevano per affiorare alla superficie, per plasmare il nuovo Joseph. Il suo camminare, il suo aspetto all'apparenza trasandato, e la barba che in un certo qual modo riassumeva in sé tutta la sua personalità. Ma ora tutta la sua attenzione si spostava sull'ultimo componimento. Aveva iniziato alcuni giorni prima con quelle poche note, e la melodia sembrava una sintesi perfetta di quelli che erano i sentimenti che attanagliavano il suo cuore nell'ultimo periodo. Eppure qualcosa ancora mancava.
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3
by LEN G
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Qualcosa mancava, ma cosa fosse questo Joseph lo sapeva? Ogni volta che si soffermava a pensare gli entrava un forte mal di testa, forse le domande che si poneva erano troppo difficili? Forse proprio lui sapeva la risposta ma non voleva ammetterlo. Quando questi mal di testa riaffioravano lui si sedeva davanti al pianoforte, lo guardava, se lo sentiva suo, quasi un estensione del suo corpo, un po come la sua barba. Ci appoggiava sopra le sue enormi mani, lo faceva con delicatezza, aveva sempre un po' di esitazione prima di cominciare a suonare. Respirava.Chiudeva gli occhi. Rilassava gli arti. Poi d'improvviso cominciava a pigiare i tasti di questo oggetto di legno scuro. Suonare gli faceva non pensare, il non pensare alla vita terrena, vi faceva lo stesso effetto delle sue instancabili passeggiate. Si era da poco trasferito in una piccola mansarda nel centro della città, il bagno dava sui tetti limitrofi e per lui non c'era cosa più romantica che stare davanti allo specchio fissato accanto alla finestra a sistemarsi ed accarezzarsi la sua barba ispida. Si la sua barba era ispida, ricciola, molto mediorientale, una di quelle barbe che ti copre il vero volto e ti trasforma in una macchina nera che lascia al mondo esterno solo la visione dei propri occhi. Joseph amava vivere quella mansarda, eppure quando chiudeva gli occhi alla sera, tornavano i pensieri, pensieri di solitudine? Pensieri di incompiutezza? Nemmeno Joseph sapeva da cosa derivavano con precisione quei pensieri.
In fondo, Joseph non aveva mai capito da dove venissero questi suoi pensieri.
Capitava che perdesse irragionevolmente il filo delle sue azioni, che cominciasse senza un motivo preciso a scavare la propria vita verso altre direzioni.
Il perché non c'era, la motivazione era opaca e mai messa del tutto a fuoco.
Una sera però, le cose cambiarono. Suonò al campanello una sua vicina, che fino a quel momento non aveva mai incontrato, neppure sulle scale.
Si era recata da lui con un barattolo pieno di fragole, un presente di benvenuto davvero gradito per un solitario.
- Ti va se le mangiamo insieme? Non mi va che te ne stai sempre qui tutto solo.
Joseph rimase a dir poco stupido dalla sua intraprendenza, e dal suo approccio così solare e aperto.
- Volentieri, accomodati...e scusa il disordine.
- Ah figurati - disse lei - sapessi in che condizioni è il mio appartamento. Pensa che la locataria vorrebbe sfrattarmi, nonostante sia tutto in regola, solo per come lo tengo, e in effetti non ha tutti i torti.
L'aria si era fatta frizzante con lei nell'appartamento; il clima era cambiato, e non aveva neppure dovuto aprire la finestra.
- Io mi chiamo Patty, e tu?
- Io sono Joseph, vivo qui da poco.
- Vieni Joseph, saliamo sul tetto, voglio farti vedere una cosa.
Una volta sul tetto, Patty si dimostrò innocente ed entusiasta come una bambina giunta lì per la prima volta.
- Mi piace venire qui, mi fa rilassare, e poi posso vedere le persone sotto un'altra prospettiva. Io lavoro in un negozio di dischi, è bellissimo perché mi permette di ascoltare tutta la musica che voglio quando non ci sono clienti, però allo stesso tempo mi fa stare al chiuso, tutto il giorno, e poi alla sera mi manca l'aria, hai presente cosa intendo?
Joseph la guardava, con quel suo sguardo serafico e la barba dormiente e morbida.
- Si, ho ben presente cosa intendi.
Patty sorrise, le piaceva quel modo calmo e pacato che aveva Joseph nel trattare con gli altri.
- Tu dove lavori?
- Io? - già, un lavoro...ecco qualcosa di utile, anziché continuare a dipendere dall'assegno di disoccupazione.
- Io ho fatto tante cose, in realtà...
- Ah, sei come me allora. Tanti lavoretti senza mai un'idea del tutto chiara in testa...
- Si, per necessità diciamo, no?
- Certo...potremmo anche fare qualcosa di nostro però, che ne dici?
L'aggettivo possessivo nostro, risuonò nuovo ed estraneo alle sue orecchie. La guardò di sottecchi, un pò diffidente. Aveva i capelli blu cielo, il viso luminoso e chiaro come la luna piena nelle sere d'estate e mangiava le fragole in modo così buffo che la lunga barba vibrò d'apprima di un sommesso e soffocato risolino, per esplodere infine in una allegra e dirompente risata che riecheggiò cristallina nella quiete della sera. Patty lo fissò stupita e divertita allo stesso tempo. Joseph continuava a ridere e più rideva, più un bagliore imponente si impadroniva di lui, facendo luce di colpo fra tutti i pensieri che affollavano la sua mente; un leggero soffio come brezza d'estate pervadeva tutte le sue membra, soffiava lieve dentro al labirinto contorto delle sue idee; come dita sottili scioglieva i nodi, i dubbi, le ansie e la solitudine in cui aveva vissuto.
Un riflesso brillò agli angoli degli occhi, e scivolò lungo il viso sparendo dentro la barba. Smise di ridere e le chiese scusa.
Patty si strinse vivace nelle spalle e commentò stupita:" e di che?! Sono felice di aver messo di buonumore te e...la tua barba. E' un ottimo inizio "Joseph riprese :"Abbiamo qualcosa in comune te ed io, la musica. Io suono il pianoforte..."
"Ti ho sentito, mi hai tenuto compagnia quando me ne stavo da sola qui sul tetto, ma ti interrompevi sempre sul più bello".
"A volte è difficile, è come trovare le parole, ma.."
"Ma?!" ripetè interrogativa e curiosa Patty, "adesso credo di averle afferrate."