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Dovrebbero inventare un funerale per l'ispirazione.
La gente dice che se un autore non ha ispirazione è semplicemente perché la pigrizia ne ha preso possesso. Un po' come un demone. Solo che quella non possono esorcizzarla i preti, non importa quanto si mettano a blaterare sul fatto che esiste un girone all'Inferno fatto apposta per i pigri.
No. L'ispirazione muore. Perché? Perché è come un fiore. Va nutrita, curata. Come le piante, reagisce bene alla buona musica. Va accudita. Va viziata. Per quanta motivazione possa esserci, se le condizioni e l'ambiente non favoriscono la sua crescita, l'ispirazione finisce inevitabilmente per avvizzire.
Questo è quello che pensavo durante un funerale. Che ci stavo a fare lì, neanche lo sapevo. Mi ci avevano trascinato i parenti. Ecco la seccatura del vivere con i genitori: se qualcuno in famiglia schiatta, devi per forza andare a rendergli omaggio, anche se non ci hai mai scambiato due chiacchiere in vita tua. Guardavo quella bara davanti all'altare, fatta di legno pregiato, lucido e coperta di fiori. Pensavo che là dentro, invece del cadavere del mio pro-zio avrebbe dovuto esserci la mia ispirazione. Chi l'aveva uccisa? Quel tumore maligno che altro non è la realtà.
Guardai l'orologio. Il viso di una ragazza con un capellino nero si rifletteva sul vetro del quadrante. Che diavolo, mancavano almeno quaranta minuti alla fine della cerimonia. Ma tanto, che mi lamentavo a fare?
La gente dice che se un autore non ha ispirazione è semplicemente perché la pigrizia ne ha preso possesso. Un po' come un demone. Solo che quella non possono esorcizzarla i preti, non importa quanto si mettano a blaterare sul fatto che esiste un girone all'Inferno fatto apposta per i pigri.
No. L'ispirazione muore. Perché? Perché è come un fiore. Va nutrita, curata. Come le piante, reagisce bene alla buona musica. Va accudita. Va viziata. Per quanta motivazione possa esserci, se le condizioni e l'ambiente non favoriscono la sua crescita, l'ispirazione finisce inevitabilmente per avvizzire.
Questo è quello che pensavo durante un funerale. Che ci stavo a fare lì, neanche lo sapevo. Mi ci avevano trascinato i parenti. Ecco la seccatura del vivere con i genitori: se qualcuno in famiglia schiatta, devi per forza andare a rendergli omaggio, anche se non ci hai mai scambiato due chiacchiere in vita tua. Guardavo quella bara davanti all'altare, fatta di legno pregiato, lucido e coperta di fiori. Pensavo che là dentro, invece del cadavere del mio pro-zio avrebbe dovuto esserci la mia ispirazione. Chi l'aveva uccisa? Quel tumore maligno che altro non è la realtà.
Guardai l'orologio. Il viso di una ragazza con un capellino nero si rifletteva sul vetro del quadrante. Che diavolo, mancavano almeno quaranta minuti alla fine della cerimonia. Ma tanto, che mi lamentavo a fare?
