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Avevo unghie bellissime, per essere un uomo. Avreste dovuto vederle. Stavano in cima alle mani, sulla punta delle dita, delle mie, dita, delle mie, mani. Le mani, le mie mani segnate dai tagli, dalle bruciature. Ogni taglio un ricordo, suturato, messo via. Le mie unghie stavano incastonate come non ci fosse altro luogo possibile per loro, unghie comode nel guscio perfetto delle mie dita, lassù, sulla punta. Erano lisce e di un rosa vivace, stondate bene e col semicerchio alla base perfetto come un sole che nasce su un mare impossibile. Uno spettacolo, a farci caso. Sporgevano il giusto le mie unghie, stavano affacciate appena sopra il polpastrello di cui potevo contare i pori, come fossero gli anni inanellati dentro a un tronco di quercia. Unghie perfette, ve lo assicuro, unghie che non crescevano oltre il necessario, che puntavano alla luna e disegnavano linea ed armonia di pensieri leggeri, che avevano perfino il senso e la possibilità di brividi non cercati e di minuscoli graffi lasciati da qualche ingenua carezza dagli occhi chiusi, ferite dal sangue vivo come una affermazione di gioia immune dal resto, dal mondo, dal resto del mondo, sangue rosso come una linea tratteggiata nel ricordo invisibile agli occhi, non ancora seccata dal dolore e pronta a sbiadire senza lasciare traccia. Me le ricordo, le mie unghie, le guardo ora, le mie mani. Tendo le dita più che posso, per controllare il tremore. Tremano, a volte. Lassù sulla punta solo linee spezzate, il segno dei denti a mostrare la carne. Dovreste vederle, adesso. Ma avevo unghie bellissime, per essere un uomo.
