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Io non tocco niente. Io guardo molto, ma non tocco mai. Per questo, vado al bar keaton. Non e’ in periferia, non e’ in campagna, non sta’ in nessun luogo, ne della memoria ne dei desideri. Le facce sono facce al bar keaton, le dignità si costruiscono col saltellio dell’immaginazione, così come gli odii e le carezze più dilatate. Si beve, al bar keaton, si beve quel che si vuole, l’oste e’ compiacente e muto, con la barba sempre di tre giorni e una camicia a fiori. Ha sgabelli con tre gambe il bar keaton, proprio come dovrebbero avere tutti gli sgabelli del mondo, di legno e resina quasi mai definitivamente secca a colare. Il rumore e il fumo non mancano mai al bar keaton, si può guardare senza offendere o ferire, senza rendere o fare di conto, solo spostando gli occhi da una scritta a uno specchio, dal pavimento rosso alle ragnatele nell’angolo. La gente passa al bar keaton, passa anonima e scintillante di pensieri, beve un bianco spruzzato, ti da un’occhiata, un cenno, e se ne va. E’ un posto a parte il bar keaton, e’ il ritrovo dei solitari trasandati e degli illusi, degli affamati di desiderio, delle rivincite covate e dei destini segnati, ci puoi trovare quel che cerchi, addirittura quel che non hai detto mai. Io non tocco niente, guardo molto, ma non tocco mai. Per questo vado là e scrivo, scrivo come se fosse fumo o vino, dicendo che chi spiega, in fondo, mente. E niente finestre al bar keaton, che l’aria di fuori fuori rimanga, per lasciare inalterato lo spazio e l’odore, mentre l’oste mi versa da bere prima che la luce dell’insegna, decida l’arrivo di una notte nuova.
