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Bar Keaton

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by piero tallarico

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Io non tocco niente. Io guardo molto, ma non tocco mai. Per questo, vado al bar keaton. Non e’ in periferia, non e’ in campagna, non sta’ in nessun luogo, ne della memoria ne dei desideri. Le facce sono facce al bar keaton, le dignità si costruiscono col saltellio dell’immaginazione, così come gli odii e le carezze più dilatate. Si beve, al bar keaton, si beve quel che si vuole, l’oste e’ compiacente e muto, con la barba sempre di tre giorni e una camicia a fiori. Ha sgabelli con tre gambe il bar keaton, proprio come dovrebbero avere tutti gli sgabelli del mondo, di legno e resina quasi mai definitivamente secca a colare. Il rumore e il fumo non mancano mai al bar keaton, si può guardare senza offendere o ferire, senza rendere o fare di conto, solo spostando gli occhi da una scritta a uno specchio, dal pavimento rosso alle ragnatele nell’angolo. La gente passa al bar keaton, passa anonima e scintillante di pensieri, beve un bianco spruzzato, ti da un’occhiata, un cenno, e se ne va. E’ un posto a parte il bar keaton, e’ il ritrovo dei solitari trasandati e degli illusi, degli affamati di desiderio, delle rivincite covate e dei destini segnati, ci puoi trovare quel che cerchi, addirittura quel che non hai detto mai. Io non tocco niente, guardo molto, ma non tocco mai. Per questo vado là e scrivo, scrivo come se fosse fumo o vino, dicendo che chi spiega, in fondo, mente. E niente finestre al bar keaton, che l’aria di fuori fuori rimanga, per lasciare inalterato lo spazio e l’odore, mentre l’oste mi versa da bere prima che la luce dell’insegna, decida l’arrivo di una notte nuova.
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by grilletto salterino

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Oggi ho toccato. Ho toccato una donna mentre entrava nel bagno. Nel bar Keaton il bagno è piccolo e angusto, non ci si passa in due nell'antibagno, così se qualcuno si sta lavando le mani, può essere che qualcun altro esca dal gabinetto e ci si strusci involontariamente. A me questa cosa non piace. Non mi piace sentire addosso altri esseri umani, in genere scrivo di questo. Quando torno a casa dal bar Keaton, mi spoglio da cima a fondo e infilo tutto in lavatrice, pulisco le scarpe, anche la suola, non voglio orme di niente che non sia solo mio. La polvere della strada deve restare fuori dalla porta, l'odore della strada anche. Mi faccio la doccia e guardo scorrere nello scarico la presenza degli altri, l'aria che appartiene a tutti. Non posso accettare che entri qui dentro, in casa mia. Ma in casa mia non riesco a scrivere, e nemmeno in altri luoghi, non riesco a farlo se non qui, in questo bar pidocchioso, mi son chiesto spesso perché, ma non mi son saputo dare una risposta, forse è solo perché non ci sono finestre. La donna ha un vestito nero e stazzonato, sembra abbia passato giorni senza tornare a casa a darsi una sistemata. Ha il viso stanco e un rossetto arancione forte. I capelli devono essere tinti, sono quasi dello stesso colore del rossetto. Mi ha guardato per un attimo dallo specchio macchiato che sta sopra il lavandino. Sono rimasto abbagliato. I suoi occhi azzurri, enormi, parevano i fondi argentati di un lago. C'erano tante domande in quegli occhi, più forti della mia fretta di andare via di lì per non farmi sfiorare ulteriormente. Sono al mio tavolo ora e lei viene verso di me.
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by Erwin Buchmann

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Si ferma innanzi a me. Il suo sguardo è profondo, vivo, mi ferisce ma non so negarle il mio.
- Noi non ci conosciamo.
- No, non ci siamo mai conosciuti prima.
- Trovo che sia un peccato. Possiamo ancora rimediare?
Le faccio cenno di sedersi mentre mi innamoro dei suoi capelli, arancioni come le foglie degli aceri in autunno.
- Ti guardavo sai? In questi giorni non riuscivo a non farlo. Te ne stavi lì, in disparte, come se non volessi parlare con nessuno. Così ho deciso di disturbarti...
- Non disturbi affatto, e mi piace il Keaton, davvero. Solo non mi andava di stare con la gente...a me piace osservare.
- Ah, osservare...e su cosa ti soffermi di solito?
- Mi piace guardare le persone, cercare di carpirne i pensieri, intercettarne gli stati d'animo; credo abbiano tutti la loro storia da raccontare.
- E cosa vedi in loro?
- Vedo sempre tante cose diverse, non qualcosa in particolare.
- In me cosa vedi? - il suo ritmo incalzante non mi lascia tregua, e va bene così.
- Ancora non lo so. Dici che dovrei vedere qualcosa di particolare?
I suoi occhi fanno un giro su sé stessi, le sue labbra mostrano un sorriso beffardo.
- Inutile che provi a negarlo, io lo so a cosa stai pensando.
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4

by grilletto salterino

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E adesso, cosa le dico? Lei dice che sa a cosa sto pensando, ma se si sbagliasse? Perché non posso sapere se quel che lei pensa, corrisponde a quel che penso io. Sa quanto mi senta sottosopra perché ho voglia di sfiorarla ancora, di infilare le mie dita tra le foglie dei suoi capelli, di come avrei voglia di camminare con lei nell'aria della sera, fuori da queste pareti senza occhi? E' la prima volta che ho voglia di uscire da qui per scrivere con le azioni quello che normalmente farei con l'inchiostro. Ho voglia di stare ore ad ascoltare questa voce roca che esce dalle sue labbra truccate pesantemente. Da dove viene? Dove è stata? Chi le ha staccato questo vestito nero dalla pelle, in quale armadio era appeso, da quale pavimento è stato raccolto. Quale vita devo inventare per lei? Una di quelle che attribuisco a quelli che frequentano questo posto? No, quelle no. Di quelle posso scrivere, questa la voglio vivere. Può leggere davvero questi miei pensieri? Sembra così certa. Eccola, mi sorride. Perché non l'ho mai vista prima? Forse dovevo toccarla per vederla, quante persone allora non ho visto? Forse è per questo che questo locale mi sembra sempre vuoto. Il cameriere si avvicina e ci riempie i bicchieri di un bianco frizzante. Lei sorride, mi chiama coi suoi occhi grandi. Allora, mi ripete, cosa vedi in me? Io le rispondo, vedo quello che c'è oltre le finestre. Lei mi guarda e ride. E' una risata fresca, grande, ha un suono meraviglioso, mi pare di amarla solo per questa sua risata. Poi si fa seria, mi dice, qui non ci sono finestre. Infatti, le rispondo, sono i tuoi occhi le mie finestre.
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5

by Erwin Buchmann

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Arrossisce, e più il mio sguardo resta sospeso su di lei più la vedo ritrarsi, timidamente. Il mio pensiero va a pochi momenti prima, alla sua spigliatezza. Mi chiedo "ma come, non mi incalzi più con le tue domande?", e mentre lo faccio, inavvertitamente, lascio che il mio sguardo le dica che sono felice, che mi piace, moltissimo, e che la desidero.
Restiamo così, sospesi sul vuoto dei nostri pensieri, ascoltando solo i battiti del cuore; i rumori delle birre posate sui tavoli, le voci in sottofondo, acquistano un suono indefinito.
Poi lei torna a fissarmi, con uno sguardo fugace nel quale c'è dentro tutto: desiderio, torpore, timidezza, solitudine. Quegli occhi mi scongiurano, vogliono dirmi qualcosa. Le sue parole, piene di fierezza, stridono con la supplica che leggo nell'iride vibrante, quel misterioso desiderio di ricominciare che riesce a far vivere persino in me.
Lei non lo sa, non può sapere che ho sofferto, e che per questo ho scelto di non frequentare una donna già da tempo; eppure, in questa sera, in questo bar Keaton così caldo e discreto, l'intreccio invisibile del destino l'ha portata a me, proprio lei, che ora mi consuma con uno sguardo che, se fossi donna, sarebbe anche il mio.
Proprio mentre sto allentando le giunture della corazza dialettica ed esistenziale nella quale mi ero ritratto, le sue parole mi raggiungono, con la giusta mira.
- Davvero non mi riconosci, Pietro?
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by Maria Maio

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La guardo distratto, non capisco, non ricordo. Lei sorride con rassicurante dolcezza. Adesso la fisso, impaziente e curioso. Seguo le tracce che il tempo ha lasciato sul suo viso. Mi attardo sulla piega della bocca, mi concentro sul profilo del volto, scalo la rotondità degli zigomi, indugio sulla fossetta appena accennata, comparsa improvvisa sulla guancia sinistra, annego nei suoi occhi mentre scavo nella memoria a piene mani, rivolto i ricordi come terra di campo, rovisto furioso nei cassetti degli anni.
Ed ecco: una brezza leggera mi soffia sul viso, corriamo veloci su per la collina attraverso paesaggi noti, ha capelli di sole ed occhi ridenti, ricordi intatti di ragazzi, di pace nei campi, d'infanzia felice, di sorrisi fermati sui volti cresciuti... Sandra, sussurro. Arrossisce. Ha gli occhi lucidi ed annuisce. Le prendo le mani, le stringo: il tempo confuso si rifà all'istante terso nella memoria e cose che credevo dimenticate tornano così d'improvviso in una sera d'autunno al bar Keaton.
"Non sei cambiata, hai gli occhi di un tempo" le dico "Non mi avevi riconosciuta..." mi ammonisce, "Sono passati degli anni, eravamo ragazzi...raccontami di te, mi farebbe piacere." "E' una storia lunga" "Ho molto tempo" rispondo.
La notte è calata sulla città; la luna appesa nel cielo distratto illumina l'asfalto rendendolo dorato. Il bar Keaton riecheggia ancora di suoni e di voci.
Per strada un uomo e una donna si avviano insieme verso casa, stretti l'uno all'altra.
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