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Rimando. come se dovessi rispedire qualcosa che non è arrivato mai dove avrebbe dovuto, un ricordo, un sorriso, una lettera strana, un qualsiasi perché. E rimando parlo e metto iniseme parole anche prive di senso ma dal suono comune, adiacenti, che stanno bene insieme, rimando e costruisco frasi strane, cantilene, filastrocche da far dormire i bambini, e come per miracolo o pura coincidenza rimando la memoria a un tempo passato e improvvisamente di ritorno, un pensiero che scalda o spezza il cuore e di rimando anche l'anima, per quel che vuol dire. Qualcosa poi arriva al centro della testa, arriva di rimando da altri luoghi del pensiero e magari dice di dolore, di abbandono, di speranza fatta a pezzi, deflagrata fra i desideri ancora intatti di una impossibile quieta felicità. Soffro però, soffro e non mi serve, e non voglio, non vorrei. E allora per non soffrire uso un trucco che inganna solo me, rimando, smetto il mio pensiero e posticipo il dolore impaurito, lo rimando a domani, o a dopo, o a dopo ancora, a quando magari rimando per gioco parole senza senso sarò di nuovo capace di non sentirlo e mettere insieme suoni che si assomiglino, che stiano bene insieme, che si facciano ancora cantilena o filastrocca da far dormire i bambini, che per renderlo perfetto rimandino il dolore al mittente del tempo di un tempo ormai passato che, (rimando), non può far più male, perchè se ne è già andato.
