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"La bella estate"

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by Maria Maio

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“Dio aiutami! Non farmi morire! Ti prego… Fà che il fondo di questo camion non diventi la mia bara! Dammi la forza per vivere!”

Nel sole accecante delle undici del mattino, la spiaggia era un prato rovente di ombrelloni colorati sbocciati a poco a poco come fiori di campo; il mare, un foulard azzurro increspato da una brezza leggera su cui il sole tracciava ricami dorati. Junayd si passò il fazzoletto umido sulla fronte per asciugare le goccioline appena comparse. Non si lavava da due giorni e la cosa lo metteva di malumore: quella doccia veloce e notturna era l’unico momento di normalità rubato ad una vita vissuta al limite dell’inverosimile. Ma al lido di fronte alla casa diroccata in cui si era rifugiato, da un paio di notti chiudevano a chiave il cancelletto che dalla spiaggia portava alle docce. Col suo completo ormai consunto di lino beige riprese il lavoro affondando lo scarpone destro nella sabbia fine. Il piede sprofondò sotto il peso delle due ore di cammino che sosteneva nelle gambe e della chincaglieria che trasportava. Merce più pesante che di valore: bijoux per svogliati, accaldati ed indifferenti potenziali clienti.
Il caldo non lo turbava; nella città in cui era nato e cresciuto, Baghdad, le temperature d’estate superavano i 43gradi, il clima mediterraneo gli faceva sentire meno la fatica delle tante ore di andirivieni lungo la costa, ma non mangiava da due giorni e sentiva che le forze lo stavano abbandonando.
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by franco revello

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"Dammi la forza", continuava ossessivamente a ripetersi, osservando i gabbiani lasciarsi trasportare in un gioco di correnti. Dietro, l'impietoso sole martellava la sua schiena curva e piagata dal peso abnorme delle tracolla. Decise di lasciarsi andare, per un attimo, concedendo le sue ginocchia alla rena arroventata , affossando i menischi con fragore dinanzi alla prima stuoia riparata da un'ombra circolare. Il rumore della sua minuteria colorata, che si spargeva tra i granelli luccicanti al sole, fu ancora più grande.
Tutti si girarono, nessuno sentì. Due bambinetti risero di gusto, una signora distesa raccolse con estrema cautela un braccialetto portafortuna, caduto vicino al prezioso olio abbronzante e lo allontanò dalle sue unghie laccate, lanciandolo poco più in là.
Un anziano occhialuto, proprietario dell'ombra usurpata, si alzò dalla improbabile seggiolina che malamente lo sopportava e si chinò, raccogliendo una borsetta lucida e taroccata per infilarla nel lenzuolo aperto del bazar di Junayd, che esitava nel rialzarsi.
"Dammi la forza" pensò, mentre l'ombrellone impietosamente si chiudeva, con il chiaro messaggio di allontanamento da parte del vecchio, facendo svanire l'oasi ombreggiata.
Si trascinò per qualche metro, riparando sotto la posizione privilegiata del traliccio del bagnino, che alto e indifferente, fasciato da una sedia da regista, scrutava l'orizzonte piatto. Riordinò le sue cose nell'ordine esatto in cui stavano prima del caos apparente. Con meticolosità radunò anche le borsette, ma palpandone una, lucida, sentì che conteneva qualcosa. Girando la levetta dorata la aprì, svelando il suo segreto interno: una fetta di pane azzimo. Junayd si voltò nella direzione del vecchio senza trovarlo...
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by Maria Maio

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Prima che la guerra stravolgesse il suo Paese e fosse costretto ad abbandonarlo, Junayd non aveva mai pensato che dall’altra parte del mondo, uno come lui potesse essere guardato con diffidenza, con disprezzo o con compassione. Era andato a scuola, parlava l'inglese, mangiava regolarmente, guidava un’auto -anche se malridotta- , aveva una casa, adorava la musica, i libri, la poesia; amava Zahira, aveva degli amici e molti progetti.
Allungò la mano sugli occhi per riparare la vista dal riverbero, nel tentativo di riconoscere tra le dita tremanti, anche solo i contorni dello sconosciuto benefattore, ma l’uomo era sparito tra l’andirivieni dei bagnanti che affollavano la spiaggia. Junayd guardò la fetta di pane come fosse una reliquia, l’annusò ad occhi chiusi assaporandola con la mente e con gli occhi; l’avvicinò alla bocca infliggendole un morso. Il pane assunse per il palato affamato, tra i denti voraci, un sapore del tutto nuovo. Masticò piano per far durare il boccone più a lungo. Non l’avrebbe finita, non poteva essere ingordo. Un solo boccone per il momento doveva bastare: quel dono del cielo, probabilmente sarebbe stata la sua unica fonte di sostentamento per tutto il giorno e di notte - lo sapeva- i morsi della fame sono più difficili da domare. Avvolse quel che rimaneva del pasto in un fazzoletto e lo ripose nel marsupio che teneva legato alla vita. Si rimise in piedi, le gambe stavolta ressero; sistemò la tracolla, si guardò intorno con attenzione per imprimere nella mente ogni particolare: sarebbe tornato a ringraziare quell’uomo.
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