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"La bella estate"

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by Maria Maio

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“Dio aiutami! Non farmi morire! Ti prego… Fà che il fondo di questo camion non diventi la mia bara! Dammi la forza per vivere!”

Nel sole accecante delle undici del mattino, la spiaggia era un prato rovente di ombrelloni colorati sbocciati a poco a poco come fiori di campo; il mare, un foulard azzurro increspato da una brezza leggera su cui il sole tracciava ricami dorati. Junayd si passò il fazzoletto umido sulla fronte per asciugare le goccioline appena comparse. Non si lavava da due giorni e la cosa lo metteva di malumore: quella doccia veloce e notturna era l’unico momento di normalità rubato ad una vita vissuta al limite dell’inverosimile. Ma al lido di fronte alla casa diroccata in cui si era rifugiato, da un paio di notti chiudevano a chiave il cancelletto che dalla spiaggia portava alle docce. Col suo completo ormai consunto di lino beige riprese il lavoro affondando lo scarpone destro nella sabbia fine. Il piede sprofondò sotto il peso delle due ore di cammino che sosteneva nelle gambe e della chincaglieria che trasportava. Merce più pesante che di valore: bijoux per svogliati, accaldati ed indifferenti potenziali clienti.
Il caldo non lo turbava; nella città in cui era nato e cresciuto, Baghdad, le temperature d’estate superavano i 43gradi, il clima mediterraneo gli faceva sentire meno la fatica delle tante ore di andirivieni lungo la costa, ma non mangiava da due giorni e sentiva che le forze lo stavano abbandonando.
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