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I baffi appoggiati alle zampe, la finestra alle spalle. Il gatto bianco forse dorme, forse pensa. Divano di stoffa, il fumo alla bocca, la penombra negli occhi. L'uomo in mutande se ne sta lì, i pensieri accaldati, la birra sul petto, sudata dal freddo. La luce concessa dagli scuri accostati allunga le ombre. Il gatto bianco si gira, apre gli occhi, occhi blu. Gatto bianco, occhi blu. Un tiro, forte, lo smozzico di un sorriso che prende vento e spedisce il fumo fino in fondo ai polmoni, e poi il soffio la nuvola e un sorso infinito, e la gola che gode e lo dice, ahhh. L'uomo schiocca la lingua sul palato e gatto bianco si gira, lui sorride e si gratta la barba, lo chiama per nome, ci parla, forse per allontanare i pensieri dal vuoto del petto, forse per provare a riempirlo, non importa. Il gatto bianco forse lo sa e smette di pensare, oppure si prepara a farlo. Poi occhi negli occhi e le parole dell'uomo sullo sfondo, il nome ripetuto, le dita a giocare sul collo della bottiglia per reclamare attenzione, per continuare il sorriso, gli occhi fissi sull'ombra che diventa più lunga, inarca la schiena, allunga le zampe e si aggrappa al tappeto, gli occhi chiusi e le unghie tese. L'uomo si gira, Il gatto bianco sta lì, seduto, e lo guarda, lo guarda, lo guarda. Ancora il suo nome detto come fosse un segnale, un invito. Il gatto bianco toglie l'ombra dalla luce e si avvicina, annusa le dita dei piedi, le morde, poi si ferma e ascolta le parole in silenzio, come si fa con le carezze. Occhi negli occhi, un tiro, un sorso, il nome, miao. gatto bianco chiude gli occhi e l'uomo i suoi, completando col silenzio sulle dita, il sorriso di cui aveva bisogno.
