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I treni partono anche con la neve

Alessandro Biggi

I treni partono sempre, anche con la neve. Il perché è molto semplice: devono portare le storie della gente. Si, è vero, portano anche la gente stessa, ma non è quello il motivo per cui sono stati fatti i treni. La loro unica, vera missione è molto chiara: loro portano le storie da un posto all'altro e poi ancora in un altro posto e in un altro ancora.
Stamattina avevo sonno quando sono salito sul primo dei tre treni che avrebbe portato la mia storia a destinazione. Nevicava, tanto, e il freddo gelido faceva si che di tutte le persone che dividevano la carrozza con me, io non potessi vedere altro che i loro occhi perché il resto del corpo era nascosto sotto strati e strati di caldo tessuto. Occhi verdi, occhi marroni, occhi stanchi o sveglissimi, illuminati, confusi, timidi, curiosi, decisi, a mandorla, storti, sorridenti, esperti, accoglienti, vivi. Negli occhi vivono le storie delle persone e quella mattina il treno era ricco di storie, come quella di occhi blu...
    by Paolo Di Censi
    Aveva gli occhi blu anche da bambina. Sicuramente un blu guizzante di curiosità e di voglia di correre di sguardo in sguardo. Adesso é un blu calmo quello che vedo, come quello del mare a mezzogiorno quando nessuno é in acqua a infastidire le onde e solo il sole ci si specchia dentro. Gli occhi sono le pagine che raccontano quelle storie sbuffate dai treni a vapore, dalle carrozze ristorante e dai capostazione che gridano ai passeggeri di salire a bordo. É come leggere un libro, stai seduto e non devi chiedere neanche il permesso di iniziare. Nessuno: "scusi posso?" , o "per favore potrei?". Basta scegliere cosa leggere, basta decidere che storia voler ascoltare. Il colore aiuta, un po' come la copertina, puoi leggerci titolo e autore e se sei allenato anche il genere: occhi da dramma teatrale o da avventura, romantici, poetici, da saggistica o cronaca, da favola. Sono grandi biblioteche i treni in cui ti puoi sedere e leggere con gli occhi la storia di qualcuno, un capitolo di solito o se sei fortunato a volte due. C'è chi poi ha il privilegio di poterci leggere una storia intera, basta saper beccare le coincidenze giuste, non a caso i casi della vita li chiamiamo così: coincidenze.
      by maria denaro
      Anche le stazioni da cui partono i treni raccontano storie, le più disparate come quella che può, a distanza di tanti anni, raccontare la stazione ferroviaria della mia città.
      Primi anni cinquanta, una famiglia si appresta a partire per le vacanze, chiamiamole così; raggiungere il nonno che vive in un'altra regione e passare con lui buona parte dell'estate.
      Dopo aver raggiunto la stazione a bordo di una carrozzella, di quelle che ormai nelle città portano in giro, a caro prezzo soltanto i turisti, l'eccitazione è tanta e le bambine fremono dal desiderio di salire sul treno fermo sulla banchina.
      Il papà si occupa dei bagagli, pesanti e numerosi, mentre la mamma cerca di intrattenere le piccole che tentano di acchiappare i colombi presenti, come sempre sul luogo. Ad un tratto Annalisa vede spuntare una coda grigia da sotto una carrozza e con un balzo salta nel tentativo di prendere l'animale ma il papà è più veloce di lei e l'afferra un attimo prima che si vada a cacciare tra i binari e le dà una sonora sculacciata senza che nessuno dei passanti si meravigli! Sì, perchè allora nessuno si meravigliava se un genitore si permetteva di redarguire severamente i propri figli! Oggi qualcuno avrebbe telefonato al telefono azzurro per denunziare quel padre che si era permesso di picchiare una bambina di pochi anni!
        by Rainalda Torresini
        La bambina di un tempo, dagli occhi blu, mi racconta la sua storia:quella del treno delle diciotto e trenta.
        Venerdì, ore diciotto e venti. Da diversi anni lei attende sulla panchina di marmo davanti al binario tre. Guarda verso il sottopasso. Ha sempre davanti agli occhi l’immagine dell’uomo che le ha cambiato la vita.
        Sotto la fronte segnata dalle scie del tempo brillano ancora due enormi zaffiri. I capelli striati di bianco sono raccolti sulla nuca e il colore dell’abito si confonde con il cielo carico di nubi. Tanti treni hanno sostato da quando è arrivata. Mai quello giusto da prendere o da aspettare. Lei sorride di due giovani amanti che si salutano e dei loro baci. Li guarda con invidia e tenerezza e due lacrime le rigano il viso.
        Racconta il suo passato, quando lo ha conosciuto…
        "Un uomo, era arrivato di corsa, sotto la pioggia battente.
        - Mi scusi, signora, è già partito il treno per Venezia?
        - Sì, da cinque minuti. Il prossimo è quello delle diciannove e venti in arrivo da Udine.
        - In partenza anche lei?
        - No, aspetto mio figlio che rientra dall’università. E lei?
        - Raggiungo la mia famiglia a Milano per il fine-settimana.
        Il suono delle sue parole, quella voce simile a panna liquida nel caffè amaro, sciolse la mia solitudine di donna...
          by franco revello
          Contemporaneamente guardammo entrambi l’orologio e ragionammo per tempi diversi, ma con pensieri così trasparenti che parvero parole urlate al vento e agli scrosci di pioggia battente che imperversava da ore. Lui realizzò di avere a disposizione un’ora prima del suo treno, io dieci minuti prima che arrivasse mio figlio: in sostanza una nullità temporale per conoscerci, tanto valeva non tentare nessun approccio. Sfiorimmo nel silenzio, bagnati da gocce pesanti come pietre sui petali delle nostre esistenze, guardando altrove, nel nulla dei binari deserti, cercando di intuire il pensiero reciproco, controllando con la coda dell’occhio ogni minimo gesto dell’altro per carpirne lo stato d’animo. Voglia di urlare, di fare uscire dal profondo quel rimescolamento che partiva dalla pancia e pompava forte più su, al cuore e che arrossava le gote nonostante il freddo. Ma dalle nostre labbra non uscì altro che aria rarefatta in nuvole di vapore che si alzavano a ritmi alternati e svanivano nel nulla del cielo serale: preludio di una notte di rimpianti per l’occasione persa, per un treno che passa una volta sola nella stazione delle coincidenze. Odiavo me stessa per non avere il coraggio, odiavo lui perché sarebbe stato ancora qui per un po’ e avrebbe osservato le mie spalle mentre me ne andavo spedita nella mia vita di sempre, chiacchierando con mio figlio, e non mi sarei voltata per nulla al mondo, con le mani nelle tasche del piumino, graffiandomi le dita con le unghie, guardando avanti con la voglia di un letto caldo e del buio per vegliare con i pensieri e ricamare con la fantasia. Dall’imbuto dell’altoparlante, l'annuncio che a causa del maltempo le linee erano interrotte e nessun treno sarebbe transitato fino al mattino.
            by Maria Maio
            La voce metallica terminò in un cigolio e la pioggia tornò a battere impetuosa, come i pensieri al galoppo affollati nella mia mente.
            Mi voltai ed incontrai il suo sguardo, mi sorrise e mi si fece vicino:" La pioggia ha mandato a monte i nostri programmi."
            Annuii:" La sua famiglia l'aspetta, staranno in pensiero non vedendola arrivare", ed arrossii, stringendomi nel piumino, nel tentativo di mascherare l'imbarazzo.
            "Telefonerò...C'è un bar qui vicino, le andrebbe di accompagnarmi? Le offro un thè, ci farà bene.". La sua richiesta mi trovò impreparata:"Bhè, io veramente..."indugiai. L'uomo guardò il cielo plumbeo:" Ha ragione, mi scusi, avrà qualcuno a casa che l'attende."
            "Oh, no, non è questo: ho solo mio figlio" balbettai e feci un respiro profondo, mentre incrociavo i suoi occhi grigi.
            Quale rimpianto ha mai regalato agli uomini l'illusione di aver vissuto con pienezza? Quando Atropo reciderà inesorabile il filo del fato, quale smorfia beffarda avrà sul volto per le occasioni che le sue Sorelle hanno tessuto e che gli esseri umani non hanno avuto il coraggio di cogliere?
            Accettai!
            Il ritardo si trasformò in un'occasione, il thè divenne un pretesto, una notte d'attesa il preludio di una storia d'amore.
              by franco revello
              Ricordo le tendine plissettate bordeaux, rivedo ancora goccioline di pioggia scivolare veloci sul vetro della finestra, e l’albergo, proprio di fronte alla stazione, che fu il nostro rifugio di quella notte. Ci amammo di un amore libero ed essenziale, senza nessun senso di colpa; sarebbe potuto durare all’infinito o essere interrotto dal fischio del primo treno libero di circolare, non dipendeva da noi, eravamo soli e senza nessun legame con il mondo: leggeri di una leggerezza ormai dimenticata, protetti e giustificati dalla pioggia pesante che continuava incessantemente a cadere, nello spazio che ci eravamo ritagliati in pochi minuti, inimmaginabile solo qualche ora prima, impossibile a rigor di logica. Un severo mattino riportò le cose nei giusti binari e indossammo entrambi la maschera della razionalità, mentendo sulla promessa di rivederci, salutandoci con un addio: nella vita normale non c’era posto per il nostro colpo di fulmine, non era contemplabile il cambio di direzione in corsa, in nessun caso. Evitammo la stazione per un po’, ma il marchio che ci eravamo lasciati a vicenda era indelebile, l’avevamo intuito, ma nonostante ciò, ci perdemmo di vista. Lo rividi dopo anni, con mia grande sorpresa, in tv: lui era ospite in una trasmissione in qualità di esperto metereologo e disquisiva sul fenomeno degli uragani. Mi colpì in particolar modo una sua frase che disse rivolgendosi alla telecamera: parlava dell’uragano Gloria abbattutosi con particolare intensità su New York, asserendo che prima o poi eventi straordinari di quella portata si sarebbero ripetuti, sottolineando ripetuti. Da quel giorno, io aspetto qui al binario tre, con la certezza che prima o poi lui tornerà, come l’uragano che portava il mio nome.